Ai Seminaristi di diverse Diocesi della Spagna, con i familiari (28 febbraio 2026)
Cari fratelli nell’episcopato,
Eminenza, sacerdoti,
seminaristi e familiari,
Il seminario è sempre un segno di speranza per la Chiesa; perciò riunirmi con voi — sia con quanti state percorrendo questa tappa sia con quanti avete la responsabilità di accompagnarla — è per me motivo di vera gioia.
Potrei parlare di molti aspetti importanti per la vostra formazione, sui quali ho già avuto modo di scrivere nella lettera che ho inviato al Seminario di San Carlos e San Marcelo a Trujillo, in Perú — istituzione di cui ho fatto parte per diversi anni — e che vi incoraggio a leggere quando ne avrete l’occasione. Ma oggi vorrei concentrarmi su una cosa che sostiene silenziosamente tutto il resto e che, proprio per questo, corre il rischio di essere data per scontata senza essere coltivata: l’avere uno sguardo soprannaturale della realtà.
C’è una frase dell’autore Chesterton che può servire da chiave di lettura di tutto quello che vorrei condividere con voi: “Togliete il soprannaturale e non troverete il naturale, ma l’innaturale” (cfr. Heretics , VI). L’uomo non è fatto per vivere rinchiuso in sé stesso, ma in rapporto vivo con Dio. Quando questo rapporto si oscura o si indebolisce, la vita inizia a disordinarsi dal di dentro. L’innaturale non è solo ciò che è scandaloso, basta vivere prescindendo da Dio nel quotidiano, lasciandolo al margine dei criteri e delle decisioni con cui si affronta l’esistenza.
E, se questo è vero per ogni cristiano, lo è in modo particolarmente serio nel cammino di formazione verso il sacerdozio. Che cosa ci potrebbe essere di più innaturale di un seminarista o di un sacerdote che parla di Dio con familiarità, ma vive interiormente come se la sua presenza esistesse solo sul piano delle parole, e non nello spessore della vita? Nulla sarebbe più pericoloso di abituarsi alle cose di Dio senza vivere di Dio. Perciò, in definitiva, tutto inizia — e torna sempre — al rapporto vivo e concreto con Colui che ci ha scelti senza alcun merito nostro.
Avere una visione soprannaturale non significa sfuggire dalla realtà, ma imparare a riconoscere l’azione di Dio negli eventi concreti di ogni giorno; uno sguardo che non si improvvisa né si delega, ma che si apprende e si esercita nelle circostanze ordinarie della vita. Proprio per questo, se la visione soprannaturale è così decisiva per la vita cristiana, a maggior ragione lo è per chi agirà in persona Christi , e merita di essere custodita con particolare attenzione già dalla fase formativa, perché è il principio che dà unità a tutto il resto.
Questo sguardo credente della realtà deve tradursi ogni giorno in opzioni concrete di vita; altrimenti, anche le pratiche intrinsecamente buone — come lo studio, la preghiera, la vita comunitaria — possono svuotarsi interiormente e snaturarsi, diventando mero compimento. Un modo semplice e comprovato per custodire questo sguardo è esercitarsi nella pratica della presenza di Dio , che mantiene il cuore sveglio e la vita costantemente riferita a Lui.
La Sacra Scrittura esprime questa verità con un’immagine semplice nel Salmo 1, quando descrive il giusto come un “albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai” (v. 3). Non è fecondo per l’assenza di difficoltà, ma per il luogo in cui ha messo radici. Il vento, l’inverno, la siccità o la potatura fanno parte della sua crescita, ma né la tempesta né l’aridità lo distruggono quando le sue radici sono profonde e stanno vicino alla fonte. La stessa Scrittura, tuttavia, conosce il paradosso del fico che non dà frutto nonostante le cure ricevute (cfr. Lc 13, 6-9).
Si dice che gli alberi “muoiono in piedi”: rimangono eretti, conservano l’apparenza, ma dentro sono già secchi. Qualcosa di simile può avvenire nella vita del seminario o di un seminarista — e più tardi nella vita di un sacerdote — quando si confonde la fecondità con l’intensità delle attività o con la cura meramente esteriore delle forme. La vita spirituale non dà frutto per ciò che si vede, ma per ciò che è profondamente radicato in Dio. Quando questa radice viene trascurata, tutto finisce col seccarsi dal di dentro, finché, silenziosamente, “muore in piedi”.
In definitiva, lo sguardo soprannaturale nasce dall’aspetto più semplice e decisivo della vocazione: stare con il Maestro. Gesù ha chiamato coloro che ha scelto affinché “stessero con Lui” (Mc 3, 14). È questo il fondamento di ogni formazione sacerdotale, rimanere con Lui e lasciarsi formare dal di dentro; vedere Dio agire e riconoscere come Lui opera nella propria vita e in quella del suo popolo. Perciò, sebbene i mezzi umani, la psicologia e gli strumenti formativi siano preziosi e necessari, non possono sostituire tale rapporto. Il vero protagonista di questo cammino è lo Spirito Santo, che configura il cuore, insegna a corrispondere alla grazia e prepara una vita feconda al servizio della Chiesa. Tutto inizia ora, nelle cose ordinarie di ogni giorno, dove ognuno decide se rimanere con il Signore o cerca di sostenersi da solo con le proprie forze.
Cari figli, vi ringrazio, a nome della Chiesa, per la generosità di aver deciso di seguire il Signore. Fatelo sempre con la certezza che non camminate soli: Cristo vi precede, Maria Santissima vi accompagna e l’intera Chiesa vi sostiene con la sua preghiera.
Desidero infine ringraziare in modo speciale tutte le famiglie qui presenti.
Confidando allora in questa certezza, procedete con pace e con fedeltà. Che il Signore vi benedica. Molte grazie.
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L’Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 49, sabato 28 febbraio 2026, p. 3.
