Solennità della Conversione di San Paolo Apostolo – Celebrazione dei Secondi Vespri (25 gennaio 2026)

Cari fratelli e sorelle,

in uno dei passi biblici che abbiamo appena ascoltato, l’apostolo Paolo si definisce «il più piccolo tra gli apostoli» (1Cor 15,9). Egli si considera indegno di questo titolo, perché nel passato è stato un persecutore della Chiesa di Dio. Tuttavia, non è prigioniero di quel passato, ma piuttosto «prigioniero a motivo del Signore» (Ef 4,1). Per grazia di Dio, infatti, ha conosciuto il Signore Gesù Risorto, che si è rivelato a Pietro, quindi agli Apostoli e a centinaia di altri seguaci della Via, e infine anche a lui, un persecutore (cfr 1Cor 15,3-8). Il suo incontro con il Risorto determina la conversione che commemoriamo oggi.

La portata di questa conversione si riflette nel cambiamento del suo nome, da Saulo a Paolo. Per grazia di Dio, colui che un tempo perseguitava Gesù è stato completamente trasformato ed è diventato suo testimone. Colui che combatteva il nome di Cristo con ferocia, ora predica il suo amore con zelo ardente, come esprime vividamente l’inno che abbiamo cantato all’inizio di questa celebrazione (cfr Excelsam Pauli gloriam, v. 2). Mentre siamo riuniti presso le spoglie mortali dell’Apostolo delle genti, ci viene così ricordato che la sua missione è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui. Ogni vero incontro con il Signore, infatti, è un momento trasformativo, che dona una nuova visione e nuova direzione per assolvere il compito di edificare il Corpo di Cristo (cfr Ef 4,12).

Il Concilio Vaticano II, all’inizio della Costituzione sulla Chiesa, ha dichiarato l’ardente desiderio di annunciare il Vangelo ad ogni creatura (cfr Mc 16,15) e così «illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa» (Cost. dogm. Lumen gentium, 1). È compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà e gioia: «Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua parola che illumina e consola!» (Omelia nella Messa per l’inizio del Pontificato, 18 maggio 2025). Carissimi, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani ci chiama ogni anno a rinnovare il nostro comune impegno in questa grande missione, nella consapevolezza che le divisioni tra noi, se non impediscono certo alla luce di Cristo di brillare, rendono tuttavia più opaco quel volto che deve rifletterla sul mondo.

L’anno scorso abbiamo celebrato il 1700° anniversario del Concilio di Nicea. Sua Santità Bartolomeo, Patriarca Ecumenico, ha invitato a celebrare questo anniversario a İznik, e rendo grazie a Dio per il fatto che tante tradizioni cristiane siano state rappresentate in quella commemorazione, due mesi fa. Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo. Quel momento di fraternità ci ha permesso anche di lodare il Signore per ciò che ha operato nei Padri di Nicea, aiutandoli ad esprimere con chiarezza la verità di un Dio che si è fatto prossimo a noi incontrandoci in Gesù Cristo. Possa anche oggi lo Spirito Santo trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo!

Nel brano della Lettera agli Efesini scelto come tema per la Settimana di Preghiera di quest’anno, sentiamo ripetere continuamente il qualificativo “uno”: un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio (cfr Ef 4,4-6). Cari fratelli e sorelle, come potrebbero queste parole ispirate non toccarci profondamente? Come potrà il nostro cuore non ardere al loro impatto? Sì, noi «condividiamo la stessa fede nell’unico Dio, Padre di tutti gli uomini; confessiamo insieme l’unico Signore e vero Figlio di Dio, Gesù Cristo, e l’unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge verso la piena unità e la comune testimonianza del Vangelo» (Lett. ap. In unitate fidei, 12). Noi siamo uno! Lo siamo già! Riconosciamolo, sperimentiamolo, manifestiamolo!

Il mio amato predecessore, Papa Francesco, ha osservato che il cammino sinodale della Chiesa cattolica «è e deve essere ecumenico, così come il cammino ecumenico è sinodale» (Discorso a S.S. Mar Awa III, 19 novembre 2022). Ciò si è riflesso nelle due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, caratterizzate da un profondo zelo ecumenico e arricchite dalla partecipazione di numerosi delegati fraterni. Credo che questa sia una strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali. Mentre guardiamo al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033, impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo (cfr Per una Chiesa sinodale, 137-138).

Carissimi, mentre la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani volge al termine, rivolgo il mio cordiale saluto al Cardinale Kurt Koch, ai Membri, ai Consultori e allo staff del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, insieme ai Membri dei dialoghi teologici e delle altre iniziative promosse dal Dicastero. Sono grato per la presenza a questa Liturgia di numerosi leader e rappresentanti delle varie Chiese e Comunioni cristiane mondiali, in particolare del Metropolita Polykarpos, per il Patriarcato Ecumenico, dell’Arcivescovo Khajag Barsamian, per la Chiesa Apostolica Armena, e del Vescovo Anthony Ball, per la Comunione Anglicana. Saluto anche gli studenti borsisti del Comitato per la collaborazione culturale con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, gli studenti dell’Istituto ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese, i gruppi ecumenici e i pellegrini che partecipano a questa celebrazione.

I sussidi per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani di quest’anno sono stati preparati dalle Chiese in Armenia. Con profonda gratitudine il nostro pensiero va alla coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante. Al termine di questa Settimana di Preghiera, ricordiamo il santo Catholicos San Nersès Šnorhali “il Grazioso”, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII secolo. Egli era in anticipo sui tempi nel comprendere che la ricerca dell’unità è un compito che spetta a tutti i fedeli e richiede la guarigione della memoria. San Nersès può anche insegnarci l’atteggiamento che dovremmo adottare nel nostro cammino ecumenico, come ha ricordato il mio venerato predecessore San Giovanni Paolo II: «I cristiani devono avere una profonda convinzione interiore che l’unità è essenziale non per un vantaggio strategico o un guadagno politico, ma per l’interesse della predicazione del Vangelo» (Omelia nella Celebrazione ecumenica, Yerevan, 26 settembre 2001).

La tradizione ci consegna la testimonianza dell’Armenia quale prima nazione cristiana, con il battesimo del Re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. Rendiamo grazie per come, ad opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo; e preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero.