Martedì 19 Maggio : San John Henry Newman

Il ritorno di Cristo al Padre è nello stesso tempo fonte di tristezza, perché implica la sua assenza, e fonte di gioia, perché implica la sua presenza. Dalla dottrina della Risurrezione e dell’Ascensione sgorgano questi paradossi cristiani spesso accennati nella Scrittura, che cioè ci affliggiamo senza pure cessare di rallegrarci: “gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!” (2 Cor 6,10).

      Questa è, in verità, la nostra condizione presente: abbiamo perso Cristo e l’abbiamo trovato; non lo vediamo eppure lo discerniamo. Abbracciamo (baciamo?) i suoi piedi (Mt 28,9), eppure ci dice: “Non mi trattenere” (Gv 20,17). Come è possibile? È perché abbiamo perso la percezione sensibile e cosciente della sua persona; non possiamo guardarlo, sentirlo, conversare con lui, seguirlo di luogo in luogo; eppure godiamo spiritualmente, immaterialmente, interiormente, mentalmente e realmente della sua vista e del suo possesso; un possesso più reale e più presente di quello di cui godevano gli apostoli nei giorni della sua carne, proprio perché essa è spirituale, proprio perché essa è invisibile.

      Sappiamo che in questo mondo, quanto più vicina è una cosa, tanto meno la possiamo percepire e comprendere. Cristo è venuto così vicino a noi nella Chiesa cristiana, se posso dire così, che non possiamo fissare lo sguardo su di lui o distinguerlo. Egli entra dentro di noi e prende possesso dell’eredità che si è acquistata. Non si presenta a noi; ci prende con lui. Fa di noi le sue membra… Non lo vediamo; conosciamo la sua presenza soltanto mediante la fede, perché egli è al di sopra di noi e in noi. Per cui siamo nella tristezza perché non siamo coscienti della sua presenza…, e ci rallegriamo perché sappiamo che lo possediamo: “Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1 Pt 1,8-9).