Partecipanti all’Incontro promosso dalla Pontificia Commissione per l’America Latina sulle situazioni di dipendenza in America Latina (27 agosto 2026)

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.

Buongiorno a tutti e benvenuti!

Saluto con affetto fraterno ognuno di voi. Ringrazio in modo particolare il Consiglio Episcopale latinoamericano e dei Caraibi (CELAM) e l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) per aver promosso questo incontro, come pure la Pontificia Commissione per l’America Latina e la Pontificia Accademia per la Vita.

Saluto anche i fratelli dei centri, d’ispirazione religiosa, di accompagnamento, prevenzione, recupero e integrazione per giovani, giunti qui da Asia, Africa, Europa e America, che con la loro presenza ci ricordano che la sofferenza e la speranza non hanno confini.

Il tema che ci riunisce è la riflessione, a partire della fede, sul problema delle droghe e sull’impatto che hanno sui nostri giovani. Le dipendenze sono un fenomeno complesso che mette in evidenza il fallimento di un mondo disumanizzato. La sofferenza dei giovani ci chiede risposte integrali: prevenzione comunitaria, assistenza scientifica, giustizia dal volto umano e accompagnamento pastorale prossimo. Il nostro contributo deve essere orientato alla cura, alla presenza e alla ricostruzione del tessuto comunitario.

Sono lieto di constatare come, in questo incontro, convergano quattro ponti che rappresentato altrettante vie di collaborazione in questo ambito.

Il primo ponte è tra la Chiesa e gli organismi internazionali, poiché nessuno può affrontare da solo il problema delle droghe. Pertanto, merita una menzione particolare la collaborazione in atto tra l’Organizzazione degli Stati Americani e il Consiglio Episcopale latinoamericano e dei Caraibi che coordinano attività di formazione per organizzazioni comunitarie d’ispirazione religiosa e creano reti di accompagnamento, e che hanno persino permesso al CELAM di presentare il Manuale della Pastorale Latinoamericana di Accompagnamento e Prevenzione delle Dipendenze.

Il secondo ponte è tra la scienza e la fede. La Chiesa non interviene nella problematica delle droghe con la pretesa di competere con le neuroscienze, la psichiatria o la sanità pubblica, o di occuparne il posto; ma cerca di illuminarla, a partire dal Vangelo, con una comprensione integrale della persona umana.

Il terzo ponte è all’interno della Chiesa che peregrina nei diversi continenti. In questi giorni sono giunte fin qui persone provenienti dall’America, dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa per condividere le loro sofferenze, le loro speranze e il loro entusiasmo pastorale.

Il quarto ponte è ecumenico. La Chiesa cattolica e le altre comunità ecclesiali, nella pratica dell’amore concreto per quanti soffrono, trovano, a partire dalla fede, un linguaggio comune molto eloquente per accompagnare e integrare i giovani nei loro bisogni e nei loro sogni.

Ma consentitemi di soffermarmi un istante su un’istituzione che attraversa il nostro lavoro in maniera trasversale: la famiglia. La famiglia, che il Concilio Vaticano II ha chiamato giustamente “chiesa domestica” (cfr. Lumen gentium, n. 11), è il luogo dove si coltiva la vita, la si custodisce e la si proietta. Non esiste prevenzione migliore contro le droghe di una buona famiglia.

Attualmente, siamo testimoni del dolore di molte famiglie distrutte, a causa del consumo di droghe, della violenza, del reclutamento criminale di un figlio, della povertà o della mancanza di opportunità che spingono ai margini del cammino. San Giovanni Paolo II ci ha chiesto di fare della Chiesa “la casa e la scuola della comunione” (Lettera Apostolica Novo millennio ineunte, n. 43). E Papa Francesco ci ha ricordato che Gesù vuole che “tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri” (Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, n. 270). Qui è espresso il nucleo della missione che voi portate avanti: che la Chiesa sia una famiglia, includendo soprattutto le persone che soffrono.

Infine, vorrei esprimere un desiderio: che la Chiesa sia la famiglia di tutte le persone che sono rimaste ai margini del cammino. Come il samaritano, che si fece prossimo dell’uomo caduto, non passiamo oltre; costruiamo una Chiesa che si ferma, si avvicina, si commuove, unge le ferite, nutre e diventa casa.

Grazie per il vostro lavoro.

Che Dio vi benedica.

Offriamo la benedizione del Signore. La grazia di Dio accompagni sempre tutti voi, le vostre famiglie, la vostra attività. È un lavoro tanto importante che svolgete in diverse parti del mondo.

[Benedizione]

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L’Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 194, giovedì 27 agosto 2026, p. 2.