Viaggio Apostolico in Francia: Incontro “Alle Radici dell’Europa per la Pace e l’unità” presso il Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz (28 settembre 2026)
Signor Presidente,
Signor Cardinale,
Distinte Autorità civili e religiose,
Signore e Signori,
sono molto felice di trovarmi qui, in questa città storica, crocevia nel cuore del continente, per un incontro dal titolo evocativo: Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità. Vi ringrazio per le gentili parole che mi sono state appena rivolte.
Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del Venerabile Robert Schuman, cui oggi vogliamo rendere un omaggio particolare, in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, regione dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale. È da questa regione, con le sue vicissitudini nel XIX e nel XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani attraverso la sua celeberrima Dichiarazione del 9 maggio 1950. Questo testo segna allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita.
Oggi vogliamo intraprendere, con il pensiero, un viaggio che comincia dalle radici dell’Europa per arrivare al suo presente e guardare verso il futuro. Ci chiediamo in che modo Robert Schuman sia stato plasmato dalla storia di questa terra, della quale era figlio, e come abbia contribuito in modo fondamentale a plasmare l’Europa moderna, fino a esserne considerato un “Padre fondatore”.
È sempre difficile dare una definizione d’Europa, sia per il presente che per il passato. L’Europa, infatti, ha gradualmente preso coscienza di sé nelle epoche storiche della civiltà ellenistica, dell’Impero romano, e poi della diffusione del cristianesimo, integrando, nel corso del tempo, nuove culture come, tra le altre, quelle germaniche e slave, fino a comprendere regioni sempre più vaste.
L’Europa va intesa, quindi, come una realtà culturale e storica ancor prima d’essere una realtà geografica. Nel corso dei secoli, ha assunto nuovi confini e nuove definizioni, attraversando periodi di crescita, profonde crisi e nuove rinascite. Una costante che si può notare nel suo lungo e turbolento percorso storico risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato, e riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. La civiltà europea è infatti anche frutto di incontri secolari, anche se non sempre facili. Basta pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione del “Vecchio Continente” nel “Nuovo Mondo”, che ha generato, talvolta dolorosamente, nuove sintesi sul continente americano.
Per capire questa lunga storia, tuttavia, non si può tacere di un altro Padre dell’Europa: san Benedetto, che il santo Papa Paolo VI proclamò patrono d’Europa nel 1964, definendolo «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà» [1]. L’aiuto ai poveri, ai malati, agli anziani; l’educazione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli stessi Stati: tanti ambiti, in Europa, sono stati profondamente influenzati da san Benedetto e dai suoi monaci! Senza questa coltivazione monastica, la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe. Qui, a Metz, grazie all’opera, tra gli altri, di san Crodegango, si respirava uno spirito benedettino di fraternità, comunione e condivisione. È da qui che il canto gregoriano si è diffuso nei territori carolingi, portando armonia e bellezza in tutto il continente.
Non si può quindi parlare dell’Europa senza menzionare il cristianesimo. Robert Schuman ne era ben consapevole quando affermava: «Il cristianesimo ha insegnato l’uguaglianza di natura di tutti gli uomini, figli dello stesso Dio, redenti dallo stesso Cristo, senza distinzione di razza, colore, classe o professione. Ha fatto riconoscere la dignità del lavoro e l’obbligo, per tutti, di impegnarvisi. Ha riconosciuto il primato dei valori interiori che, soli, nobilitano l’uomo. La legge universale dell’amore e della carità ha fatto di ogni uomo il nostro prossimo, ed è su di essa che da allora si basano le relazioni sociali nel mondo cristiano» [2].
Un altro Padre fondatore dell’Europa contemporanea, Alcide De Gasperi, gli fa eco mettendo l’accento sul «retaggio comune europeo» [3], cioè «quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria» [4].
Anziché essere un criterio confessionale esclusivo [5], il riferimento al debito della cultura europea verso il cristianesimo permette di comprendere meglio quanto l’apertura al trascendente sia sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civilizzazione.
A questo proposito, l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea riveste grande importanza. Incoraggia «un dialogo aperto, trasparente e regolare» con le Chiese, sempre nel rispetto e senza pregiudicare «lo status del quale godono» negli Stati membri. La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere non confessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera collaborazione tra le parti, così come il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto.
Si tratta di risalire alla fonte dei valori che costituiscono il fondamento della convivenza civile, cioè «i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto» (Trattato sull’Unione Europea, Preambolo).
Nel contesto multiculturale di oggi, l’affermazione dell’universalità di questi valori, essenziale per la sua sopravvivenza, passa anche attraverso una riscoperta delle proprie radici e attraverso l’apertura al dialogo con l’altro.
Si tratta di una necessità sociale e politica per riscoprire il ruolo centrale della persona umana e dare un’effettiva consistenza a parole come libertà, democrazia, pace e unità. A tal fine, risulta prezioso l’invito di Papa Francesco ad apprezzare la complessità della realtà europea in tutta la ricchezza delle sue tradizioni e sensibilità, sottolineando «la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie» [6].
Questo doppio movimento, di riscoperta e dialogo, permetterà anche di ritrovare un giusto equilibrio tra i diritti stessi, così come tra i diritti e i doveri perché – come ricordava sempre Papa Francesco – «al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa» [7].
L’Europa contemporanea, infatti, si trova di fronte a una nuova tappa della sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione, o in cerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria.
Come ho detto durante la mia recente visita alle isole Canarie, in Spagna: «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra» (Incontro con le realtà di accoglienza dei migranti).
Tutto questo non sarebbe però ancora sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i suoi talenti, le sue capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie. Bisogna cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, vale a dire un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiama a una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, a un ascolto attento dell’altro. L’universalità dei valori fondanti dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà dare una base solida alle nostre società, permettendo di operare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato.
È proprio questa lucidità che ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra le identità culturali e a dare vita alle istituzioni europee, al termine della terribile tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che ha mostrato quanto grande sia il male compiuto dall’uomo quando pensa di non incontrare ostacoli nell’esercizio del suo potere.
Robert Schuman, che ha conosciuto confini in continua evoluzione, ha contribuito a gettare le basi di un’Europa consapevole dell’urgenza di abbattere i muri che la laceravano. La sua formazione cristiana gli ha trasmesso il valore dell’uguaglianza, senza distinzione di razza o classe sociale, e gli ha insegnato la dignità del lavoro. La successione di diverse sovranità nazionali gli ha impresso l’importanza del diritto internazionale e il valore della parola data. Cresciuto in un contesto in cui l’orgoglio e lo spirito di vendetta sembravano prevalere, Schuman si è impegnato per la pace e la fratellanza tra i popoli che, dopo essersi a lungo combattuti, riconoscevano finalmente di aver bisogno l’uno dell’altro.
Quali sono dunque gli insegnamenti di Robert Schuman per l’Europa e il mondo di oggi? Innanzitutto, un profondo desiderio di pace. Purtroppo oggi la guerra è riapparsa, anche in Europa: una nuova «inutile strage» [8], che ogni giorno causa innumerevoli vittime civili. E ancora oggi, come nel 1950, le parole contenute nella Dichiarazione Schuman rimangono attuali: «Il contributo che un’Europa organizzata e vivente può dare alla civiltà è indispensabile per mantenere relazioni pacifiche» [9]. È necessario impegnarsi in un dialogo paziente, mostrare coraggio nella negoziazione ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace.
Certamente la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo. Al contrario, le parole di Schuman sono quanto mai attuali: «La pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano» [10]. Tuttavia, bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo. «Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui» ( Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2026). Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di “arginare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire.
L’Europa secondo Schuman è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi; dove si mettono in comune le risorse per fare in modo che «ogni guerra […] diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile» [11].
L’Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda. Questo principio è gelosamente conservato dalla legislazione particolare di questa regione, che copre anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora in vigore.
Il diritto internazionale e il multilateralismo sottolineano l’eguaglianza effettiva degli Stati nelle loro relazioni reciproche e costituiscono il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto. Oggi, le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare. Il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell’inganno. L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, poiché ha ampiamente dimostrato negli ultimi ottant’anni che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di scontrarsi.
Schuman ci ricorda che bisogna sempre dimostrare realismo e coraggio: «L’Europa – affermava – non si farà in un colpo solo, né in una costruzione complessiva: si farà attraverso realizzazioni concrete che creano prima di tutto una solidarietà di fatto» [12]. Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono a volte piccoli e quasi impercettibili. La pretesa moderna di “avere tutto, subito” non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. È con piccoli passi che si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o dimenticato.
Condividendo queste riflessioni, penso prima di tutto ai giovani, chiamati a costruire l’Europa di oggi e di domani. Come già osservava Schuman: «Che questa idea di un’Europa riconciliata, unita e forte diventi d’ora in poi il motto per le giovani generazioni, desiderose di servire un’umanità finalmente liberata dall’odio e dalla paura, che reimpara, dopo troppo tempo di divisioni, la fratellanza cristiana» [13].
Ai giovani dico: abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nelle vostre relazioni, nella vostra famiglia, nelle scuole e nelle università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa.
Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione.
Amate la vita in ogni momento e non abbiate paura del futuro!
Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro.
Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico.
Siate costruttori di comunità!
E con voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero.
Che Dio vi sostenga in queste decisioni e che benedica e protegga tutta l’Europa!
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[1] S. Paolo VI, Lett. ap. Pacis nuntius (24 ottobre 1964): AAS 56 (1964), 965.
[2] R. Schuman, Pour l’Europe, Ginevra 2010 5, 57-58.
[3] Cfr A. De Gasperi, La nostra patria Europa. Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, 21 aprile 1954, in: Alcide De Gasperi e la politica internazionale, Roma 1990, vol. III, 437-440.
[4] Ibid.
[5] Cfr ibid.
[6] Francesco, Discorso al Consiglio d’Europa (25 novembre 2014).
[7] Francesco, Discorso al Parlamento europeo (25 novembre 2014).
[8] Benedetto XV, Lettera ai capi dei popoli belligeranti (1 agosto 1917): AAS 9 (1917), 423.
[9] Dichiarazione Schuman, Parigi, 9 maggio 1950.
[10] Ibid.
[11] Ibid.
[12] Ibid.
[13] R. Schuman, Pour l’Europe, 46.
