Viaggio Apostolico in Uruguay: Veglia di preghiera nello Stadio del Centenario (Montevideo, 7 novembre 2026)
Cari fratelli e sorelle, caro Uruguay, buonasera! Grazie, grazie!
Ringrazio Dio per l’opportunità che mi dà di trovarmi qui con voi. Ringrazio anche il Cardinale Sturla, Arcivescovo di Montevideo, per le parole di benvenuto che mi ha rivolto, così come Federica, Giovanni e la famiglia Gutiérrez Hernández per la sincerità con la quale hanno condiviso le loro testimonianze. So che, dietro ciò che si può vedere in una visita breve, ci sono anni interi di fedeltà. Penso alle famiglie che hanno trasmesso la fede, ai sacerdoti e ai consacrati che hanno donato la loro vita, ai laici – molti dei quali giovani – che sostengono le loro comunità e a tante persone che si pongono al servizio degli altri per amore di Dio. Grazie per aver reso presente Gesù Cristo in tante vite. Egli ci ha scelti perché andiamo e portiamo frutto (cfr Gv 15,16), e forse molto di quel frutto rimane là dove noi stessi non riusciamo nemmeno a vederlo. La Chiesa vi è profondamente riconoscente.
Stare con voi questa sera mi permette di condividere una riflessione su qualcosa che oggi sperimentano molte comunità cristiane: l’avanzare della secolarizzazione e di un’indifferenza religiosa sempre più diffusa. In molti luoghi la fede ha smesso di trasmettersi con la naturalezza delle generazioni precedenti e cresce il numero di coloro che attraversano buona parte della loro vita senza un rapporto abituale con la Chiesa, né con la pratica religiosa. I credenti che sono in cammino in Uruguay hanno dovuto imparare a vivere e ad annunciare la loro fede in questo scenario, come abbiamo potuto ascoltare questa sera. Per questo la loro esperienza può aiutare fratelli e sorelle in altre parti del mondo che cominciano a scoprire, in modi diversi, che cosa significa essere una minoranza. Ma, anche in queste circostanze, c’è chi persevera: genitori che pregano con i loro figli, insegnanti che cercano di vivere e testimoniare la fede, giovani che hanno scoperto Cristo e desiderano seguirlo anche quando si sentono soli; ci sono comunità che continuano a riunirsi e sacerdoti che percorrono grandi distanze per portare i Sacramenti ai fedeli. Pensando a tutto questo, mi tornava alla memoria più volte una piccola città biblica: Betlemme.
Il profeta Michea l’aveva chiamata «piccola tra i villaggi di Giuda» (Mic 5,2); San Matteo, invece, dirà: «non sei davvero l’ultima» (Mt 2,6). Eppure Betlemme continuava a essere piccola. Nulla era cambiato nelle sue dimensioni né nella sua importanza politica. Forse Betlemme può insegnarci qualcosa su questa realtà: quando siamo pochi, quando diminuiscono le forze o quando constatiamo che la nostra presenza sociale non è più la stessa, c’è il rischio di cominciare a giudicare la nostra situazione con criteri molto umani. Il Vangelo ci invita a guardare in un altro modo. Dio ha scelto Betlemme, e questa scelta basta perché non identifichiamo la piccolezza con l’insignificanza.
Basti pensare all’Eucaristia: il Signore dell’universo presente sotto le umili apparenze del pane e del vino! Questa stessa logica divina si manifesta già nella sua nascita. San Luca ci racconta che, giunto il momento del parto, «per loro non c’era posto» (Lc 2,7). Tutto era occupato. Forse possiamo vedere in questa frase un’immagine dell’indifferenza attuale. La vita si riempie di occupazioni, affetti, progetti e distrazioni, finché l’assenza di Dio smette di essere avvertita come assenza. Si può arrivare a vivere senza cercarlo e, ancor più, senza accorgersi di quanto abbiamo bisogno di lui.
Eppure, Cristo viene, ma la casa è piena. Dentro non c’è posto e finisce adagiato in una mangiatoia; poco dopo, Erode tenterà di ucciderlo, incapace di sopportare un regno che sfugge al suo controllo. C’è qualcosa di Betlemme che continua a ripetersi: Dio può essere considerato non necessario e la fede confinata all’ambito privato, come se non avesse nulla da dire alla vita pubblica. Quando si pretende di costruire un mondo senza Dio, si corre il rischio di non lasciare più posto neppure all’uomo. Ma nulla di tutto ciò cambia la realtà: quel Bambino è Dio e viene a salvare noi. E quel “noi” comprende tutti, perché l’indifferenza, a poco a poco, può entrare anche nella vita di noi che crediamo.
Betlemme ci rivolge una domanda molto semplice: c’è posto per Lui? C’è posto nel nostro tempo, nella nostra logica, nelle nostre case? C’è posto per ascoltarlo, per ricevere il suo perdono, per lasciarci correggere dalla sua Parola? Abbiamo bisogno di custodire Cristo al centro della nostra vita mediante la preghiera, la Messa, la Confessione e la lettura meditata del Vangelo. Tutti dobbiamo tornare di continuo a essere discepoli. Se vogliamo che altri incontrino Cristo, abbiamo bisogno di conoscere personalmente la strada verso Betlemme.
A Betlemme andarono anche dei Magi che avevano visto una stella da lontano. Non erano esperti delle Scritture, non sapevano dove sarebbe terminato il loro viaggio e non potevano nemmeno spiegare ciò che cercavano. Ma quella luce suscitò in loro un’inquietudine che li mise in cammino. Cari amici: voi, con umiltà e semplicità, potete riflettere la luce di Cristo nella vostra vita. Forse ci sono persone che non aprono mai una Bibbia di propria iniziativa, che da anni non entrano in una chiesa o che non sanno nemmeno dire se credono in Dio. Ma, vedendo voi, in loro può destarsi il desiderio e la ricerca di Dio, possono scoprire che vale la pena giocarsi la vita.
Amici, giovani, osate voi stessi fare il passo sposandovi e formando una famiglia. Non abbiate paura del “per sempre”! Sposi, aprite la vostra casa alla vita, anche quando il mondo vi dice che un figlio è un peso. Se qualcuno sente che Cristo lo chiama, se vi chiama a lasciare tutto per seguirlo nel sacerdozio o nella vita consacrata, non ignori quella voce per paura di perdere altre possibilità. Quando essere giusti e onesti avrà un prezzo, pagatelo. Quando perdonare sembrerà una sconfitta, perdonate. Quando tutti vi diranno di pensare prima a voi stessi, non abbiate paura di farvi gli ultimi; siate capaci di dare tempo, soldi, comodità e progetti per servire gli altri. Che chi vi guarda possa chiedersi: “Perché vive così? Da dove trae questa libertà? Perché si amano tanto?”.
La stella che videro i Magi non era la meta. La sua missione era condurre a Betlemme, dove si trovava Cristo. Se la nostra vita suscita una domanda, avrà dato frutto quando quella domanda guiderà qualcuno fino a Gesù. Per illuminare molto non occorre essere molti, ma riflettere la luce del Signore.
San Luca ci porta ora a un’altra scena: dei pastori che passano la notte a custodire le loro greggi. Non hanno seguito la stella, non hanno intrapreso alcun viaggio e non sembrano cercare nulla. Sono semplicemente in mezzo alla loro vita e fanno ciò che fanno ogni notte. Ed è proprio lì che Dio esce loro incontro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). A questo annuncio si ispira il motto della mia visita tra voi: Vi annuncio una grande gioia!
Tali parole dovrebbero occupare sempre un posto centrale nella vita della Chiesa. Le buone notizie hanno bisogno di testimoni. E noi ne abbiamo ricevuta una che merita di essere gridata al mondo: Gesù Cristo! Il Figlio di Dio si è fatto uomo! È Dio con noi!
Grazie a Lui sappiamo che il peccato può essere perdonato. Possiamo accompagnare chi sta morendo e dirgli che la sua vita non finirà nel nulla. Possiamo portare pane e vino all’altare e ricevere il suo Corpo e il suo Sangue. Possiamo dire a chi è caduto: “alzati, puoi ancora ricominciare”. Guardate che cosa ci è stato affidato! Gesù Cristo è la nostra speranza! La società può trovare in altre istituzioni molte cose di grande valore, ma nessuna può sostituire l’annuncio che l’amore di Dio è più forte della morte, dell’odio, della violenza, della guerra e del peccato. Questa è la gioia che portiamo, questa è la gioia che il Papa viene a ricordarvi.
Notiamo che l’angelo aggiunge che tale gioia è destinata a «tutto il popolo». Non dice “per coloro che lo stavano aspettando”, né “per quelli che sono perfetti”. Alcune persone, come i Magi, stanno già cercando e dobbiamo accompagnarle nel loro cammino. Altre, invece, come i pastori di Betlemme, non cercano nulla. A loro, quella gioia deve andare a incontrarle in mezzo alla loro notte.
I pastori, dopo aver ascoltato l’annuncio, si dissero: «Andiamo dunque fino a Betlemme» (Lc 2,15). Là trovarono Maria, Giuseppe e il Bambino. L’evangelista aggiunge che tornarono ai loro campi «glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20). Tornarono allo stesso lavoro, alle stesse strade, probabilmente agli stessi problemi. Eppure non erano più gli stessi. Avevano incontrato Cristo.
Cari amici, che questo incontro sia come Betlemme, perché voi torniate alla vostra vita in un altro modo! Che Cristo entri davvero in ciò che fate, in ciò che amate, in ciò che scegliete, anche in ciò che nessuno vede. Siate santi! Non adeguatevi a una vita semplicemente corretta, né a una fede di abitudine che si accontenta dell’indispensabile. Non date a Dio soltanto una parte di voi, donatevi completamente! Santi significa uomini e donne che traboccano dell’abbondanza di vita in Cristo, liberi e autentici, persone la cui vita rende desiderabile un sì pieno all’amore, alla verità, alla felicità. Non abbiate paura di aspirare a questo. Cristo non ci ha chiamati alla mediocrità, ci ha chiamati a una vita nuova e piena come la sua.
Cari fratelli e sorelle, caro Uruguay: che si veda che siamo stati a Betlemme! si veda che Cristo vive e che incontrarlo fa la differenza. Quel medesimo Gesù che è nato a Betlemme, che è morto e risorto, vive per sempre e rimane con noi. Cristo ci aspetta realmente presente nell’Eucaristia. Che bello che Betlemme significhi proprio «casa del pane»! Là è nato Colui che si sarebbe donato a noi come Pane di Vita. E oggi possiamo continuare a incontrarlo, così vicino e così umile, in ogni Tabernacolo. Cercatelo là, nell’adorazione eucaristica. Parlate con Lui come con un amico e lasciatevi guardare da Lui.
Poniamo anche la nostra vita sotto lo sguardo di Nostra Signora dei Trentatré. Lei, Stella del mattino, che ci conduce verso il suo Figlio, ci insegni a riconoscerlo e a seguirlo. Chiediamo al Signore la grazia di rispondere sempre, come lei, alla sua chiamata: eccomi, Signore, ecco il tuo servo, la tua serva, avvenga in me ciò che Tu vuoi!
Grazie!
